My name is... Guido PDF Stampa E-mail

Un reality, un nome, un insulto (?). L'italo-americano nella cultura pop tra stereotipi e speranze di salvezza...

 di Silvia Fossati e Daniela Liucci

 

Un Guido è il frutto caduto dall'albero di quei vecchi antenati che dalla fine del 1800 s'imbarcarono alla volta del Nuovo Mondo con il sogno di trovare la fortuna negata dal loro amato Paese. Un Guido è il pronipote del nipote dei vari Giovanni, Pasquale, Michele che  attraversarono l'Atlantico con bagagli leggeri e il cuore a pezzi. Un Guido, attualmente, risiede principalmente in due stati della Terra Promessa, New York e New Jersey, e di quei vecchi antenati ha visto solo qualche fotografia sbiadita. Non è molto alto, ha in media tra i 20 e i 35 anni, ha il fisico scolpito da estenuanti sedute di body building, ornato da vistosissimi tatuaggi e scurito da rilassanti giornate di solarium. Le sue camicie, come le t-shirt, sono rigorosamente di una taglia in meno, perché tanta fatica deve essere messa in mostra, i jeans ne sottolineano le maschie virtù e le collane d'oro esibiscono l'immancabile crocifisso, simbolo di alti valori e di un grande attaccamento alla famiglia d'origine fino alla settima generazione. Al Guido piace anche frequentare discoteche in cui spendere tutto lo stipendio da lavoratore della working-class, scorrazzare in macchine dotate di amplificatori da concerto e ascoltare dance commerciale. Caruso e Bocelli li conservano per le occasioni speciali. I Guido - o Guidos - hanno dei nomi che non tradiscono le loro radici e, ovviamente, delle ragazze altrettanto tatuate e iper-vitaminizzate, le Guidettes, portatrici sane di perizoma ascellare, coppa C, french-manicure estrema e lunghe extension. Il loro sogno? Trovare il Guido dei sogni e vivere felici.


Jersey Shore, il circo è in città

Oltre al “quartiere”, il circo in cui si esibiscono Guidos e Guidettes è una casa sulla spiaggia a Seaside Heights, sulle coste del New Jersey, una sorta di riviera romagnola a stelle e strisce. Se aggiungiamo, l'allegria dell'estate, le telecamere di Mtv e un titolo, Jersey Shore, si avrà quello che è stato il più seguito e odiato reality show americano del momento. Otto rampanti frutti della post-post-immigrazione, quattro ruspanti ragazzotti e altrettante maliziose signorine, rigorosamente di origine italiana, coabitano e socializzano, tra i soliti, inevitabili amorazzi e litigi, tra bandiere tricolori, lenzuola leopardate e poster di Scarface, giocando con un antipatico (per molti) stereotipo pur di ottenere i tanto agognati dieci minuti di celebrità. Qualcuno, tuttavia, ha gridato allo scandalo: tre associazioni culturali italo-americane, tra cui la Unico National, hanno manifestato ampiamente il loro dissenso. Il senatore dello stato del New Jersey, Joseph Vitale, ha addirittura fatto pressioni sul network televisivo perché cancellasse lo show, lesivo della dignità delle donne. Aggiungendo che se un tale reality avesse avuto per protagonisti afro-americani o ispanici si sarebbero scatenate rivolte nazionali. È proprio nel New Jersey, infatti, che vive una delle più grandi comunità italo-americane del paese, che ha dato vita a glorie ben più composte come Bruce Springsteen, circa un milione e mezzo di persone che già con la messa in onda dei Soprano aveva fatto sentire la propria voce. Termini come "Guidos" e "Guidettes”, potrebbero rafforzare il classismo e il razzismo nei confronti delle comunità di origini italiane, in quanto derogatori e non corrispondenti a realtà: gli onesti lavoratori e padri di famiglia del New Jersey, non si sentono affatto rappresentati da quei Big Jim palestrati e goderecci. Per tutta risposta, uno dei protagonisti, Mike Sorrentino, noto anche come The Situation, dotato di tanta autostima da parlare di sé in prima persona, ha confessato di ritenersi "italiano al cento per cento e orgoglioso del suo essere Guido", termine che non ritiene affatto offensivo.


Insulto o complimento?

A dirimere l'annosa questione è stato scomodato anche uno stuolo di sociologi, che ha scientificamente analizzato il fenomeno riconducendolo alla consueta manifestazione di orgoglio, urlata e provocatoria, da parte di gruppi etnici costretti a convivere con altri gruppi etnici. Epiteti come Guido, o anche il “Nigga” degli afro-americani, sono termini ambivalenti: accettati se pronunciati all'interno dello stesso gruppo, in quanto simbolo del rafforzamento della propria identità, che avviene anche attraverso l'abbigliamento, la gestualità e determinati “riti” sociali, ma considerati il peggiore degli insulti quando pronunciati da persone “estranee”. A osservare la faccenda da questo lato dell'Atlantico, noi “italiani al 100 per cento”, già alle prese con troppe definizioni dei nostri rapporti con altri gruppi etnici venuti a cercare fortuna nel Bel Paese, non possiamo non sorridere. I Guidos sono caricature esasperate tanto lontane dalla realtà, che anche le polemiche sembrano quasi surreali. Ciò che dà da pensare è l'idea dell'Italia che ancora, ostinatamente, spopola negli USA: un paese rimasto fermo – dal punto di vista dell'evoluzione socio-culturale, agli anni '50, nonostante i nuovi flussi migratori, nonostante la moda continui a esportare concetti come raffinatezza ed eleganza. I pregiudizi, evidentemente, sono duri a morire.


Da Tony Manero a Tony Soprano

La celebrazione dei Guidos in terra americana, infatti, non è semplicemente figlia di un modernissimo programma televisivo. L'italo-americano è stato raccontato nella cultura popolare, dal cinema, alla letteratura alla TV, secondo canoni precisi e , in fondo, mai mutati. Dai tempi non sospetti di Tony Manero, sensuale ballerino ma con un rispetto quasi sacrale per la mamma tutto brillantina e segno della croce, al brutale e imbolsitissimo gangster Tony Soprano e alla sua cricca, dotata di tute acetate, adipe da mozzarella di bufala campana e un'armatura di crocifissi d'oro tanto pesanti da poter essere utilizzati come estrema arma di difesa, passando per i vari membri del clan Corleone e per gli sciupafemmine incalliti, come il Joey Tribbiani di Friends o il bel tenebroso panettiere Ronny Cammareri di Stregata dalla luna, la musica è la stessa: uomini dediti alla famiglia, sempre gesticolanti e sul villoso andante, possessivi, legati a tradizioni che spesso non conoscono ma che vanno comunque onorate. Non va meglio con le donne, esseri quasi sempre sottomessi a mariti-padroni, con figli da crescere, sughi da condire con qualsiasi specie animale in circolazione. Quelle a cui va meglio sono aspiranti Monica Bellucci, brune, seducenti, che si muovono nell'ombra per sfuggire a padri e fratelli maneschi e maschilisti.


Da Guido a Danilo...

Eppure qualcuno ci aveva provato a smuovere le acque e a far capire agli americani che anche l'Italia, nonostante tutto, qualche passo in avanti rispetto al dopoguerra lo ha compiuto. Raoul Bova, nella serie TV A proposito di Brian, inconsapevolmente si era fatto carico della difficile missione. Angelo, italiano doc meno stereotipato del solito, era una boccata d'aria fresca nel panorama asfittico della rappresentazione dell'italianità in America, nonostante qualche stereotipo se lo portasse appresso anche lui. Ragazzo moderno, onesto, patito di calcio, bello ma poco ostentato, soprattutto privo di baffi e/o mono-sopracciglio, tanto ordinario da essere stato fatto fuori dopo la prima stagione della serie. Dove non è riuscita la finzione attraverso la TV, potrebbe avere successo la realtà, attraverso lo sport. A un altro italiano, lasciamo il compito difficile di educare al nuovo questi pazzi cugini italo-americani. È il cestista Danilo Gallinari, stella lombarda dei New York Knicks, un ventenne simpatico, con passioni ordinarie e lontano anni luce da lampade UVA e jeans attillati, entrato nel cuore dei tifosi della Big Apple e inserito nella famosa classifica dei migliori scapoli su piazza redatta dal New York Post per “i profondi occhi color nocciola, le braccia, il suo ricco contratto e la parlata con l’inconfondibile accento italiano”. Ma anche perché “è un cuoco fantastico e orgoglioso di esserlo”. Speriamo che il messaggio arrivi. Potrebbe nascere un gruppo di Danilos, in grado di battere quello dei Guidos. E non su un campo da basket.


 

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