Un inguaribile ottimista di nome Richard PDF Stampa E-mail
 

 

 

 

 

 


 Sugli schermi italiani con due film, Mr. Gere parla d'amore, cani e futuro

a cura di Daniela Liucci

 

Richard Gere è un uomo per tutte le stagioni. Cambiano le stagioni, cambiano i decenni e il suo fascino cresce in maniera direttamente proporzionale all'imbiancarsi della chioma. Sarà quell'aura di serenità orientale che travolge come un'onda chi gli passa accanto, sarà per quella saggezza zen che lo rende ottimista, ma Mr. Gere, se è umanamente possibile, è oggi anche più affascinante dei tempi in cui i suoi tre personaggi di culto, il Jesse Lujack di All'ultimo respiro, il Julian Kay di American Gigolò e lo Zack Mayo di Ufficiale e gentiluomo turbarono i sonni di adolescenti e non, nei gloriosi anni '80. Nelle ultime settimane è sugli schermi italiani con due film, Amelia di Mira Nair e Hachiko, il tuo migliore amico, il film che il regista svedese Lasse Hallström ha ripreso da un film giapponese degli anni '30 e che narra una particolarissima “storia d'amore” presentata al Festival Del Cinema di Roma. Al fianco di Richard, tuttavia, non c'è la Julia Roberts di turno, ma un compagno inusuale: il cane Hachi.

 

Hai definito la storia di Hachiko come una storia d'amore...

È una storia semplicissima e la sfida è stata proprio quella di mantenere anche sul grande schermo la sua semplicità. Volevamo creare l'effetto di un racconto accanto al caminetto e credo ci siamo riusciti. Mi sono emozionato molto nel fare questo film e mi sono ritrovato a piangere come un bambino. Credo che la sua forza sia il mistero, qualcosa che ha a che fare con l'accettazione, l'amore e la pazienza. È una love story a tutti gli effetti. Molte persone magari si vergognano e preferiscono parlare di amicizia, ma la storia parla di amore, inteso come quella bellissima qualità interna al nostro essere che trascende la natura del rapporto instaurato con l'altro.

 

Il film è ispirato a una pellicola giapponese a sua volta tratta da una storia vera. Nella versione di Lasse Hallström cosa c'è di diverso?

Nella storia originale ambientata in Giappone il padrone di Hachiko è un uomo molto anziano, prossimo alla fine, che ha  ricevuto in regalo un cane con cui instaura un rapporto talmente stretto da risultare quasi spirituale. Noi abbiamo voluto scegliere un uomo più giovane, ancora nel fiore degli anni, per dare alla storia maggiore energia e intensità dopo la sua morte improvvisa. In questo film c'è la forza della vita, la fatalità degli incontri e delle situazioni che rendono certi amori grandi. Il rapporto tra Hachiko e il suo padrone sembra non avere inizio né fine, ed è questo a renderla speciale.

 

Hai mai avuto un cane o un altro animale domestico?

Ho un cane. Fin da piccolo ho sempre avuto cani. In una delle mie prime foto da bambino sono carponi e ho accanto un cucciolino dal pelo chiaro, un cocker spaniel, il primo amico a quattro zampe di una lunga serie. I cani sono dei compagni molto speciali e con loro ho un rapporto di grande empatia, ho voluto fare questo film proprio per questo motivo, un'amicizia grandissima ci lega, forse in qualche vita lontana sono stato un cane, chissà... Anche con Billie, il mio cane, credo che rimarrò amico anche nelle mie successive reincarnazioni.

 

È più difficile recitare con una famosa star di Hollywood o con un cane?

È diverso. Nel film si raccontano l'essere, che sia essere uomo o cane, nella sua interiorità. Per questo motivo abbiamo scelto di non addestrare il cane, volevamo che rimanesse se stesso, così gli abbiamo creato un ambiente familiare in modo che si sentisse a suo agio, abbiamo lavorato con lui a lungo perché in alcuni giorni non accadeva assolutamente nulla, o perché aveva fame o non riusciva a stare nella scena o perché io ero stanco. C'è voluta molta pazienza. A volte sembrava di lavorare con un bambino. Una volta Robert Altman mi disse che ai bambini non si deve mai dire cosa fare quando sono sul set ma lasciarli liberi, solo così si riesce a catturare la magia di quel che accade, a carpire la spontaneità degli sguardi e delle reazioni.

 

Definiresti Hachiko un film per famiglie?

Inizialmente volevamo fare un film per bambini, un film che potesse vedere anche mio figlio che ha nove anni e ci siamo diretti verso una narrazione basilare che però ha reso il tutto involontariamente più doloroso. Il risultato è una fiaba che funziona più per gli adolescenti e per gli adulti che per i bambini. Sono storie particolari, misteriose nel loro funzionamento, dotate di una forza interna e di una potenza universale. Quando l'ho letta anche io ho pianto come un bambino, come è accaduto a molti di voi oggi durante la proiezione e a Lasse stesso che ha diretto questo film con una sensibilità incredibile. Hachiko è una storia di accettazione, di pazienza, di fedeltà, di amore puro e di compassione. Tutto quel che siamo noi esseri umani e vediamo in noi stessi quando ci guardiamo allo specchio. Non siamo il lavoro che facciamo, non siamo i vestiti o l'automobile che abbiamo, siamo quello che pensiamo, quello che proviamo nel profondo del cuore verso gli altri e quelli che amiamo.

 

Una sorta di “insegnamento” zen?

In un certo senso, sì. Tutto inizia in un monastero buddista tra le montagne. Ho voluto che ci fosse questa esplicita connessione con l'Oriente e con l'essenza degli insegnamenti zen, anche per omaggiare la storia originale giapponese di Hachiko. Ho voluto che si creasse una sorta di bolla spirituale in cui racchiudere questa piccola avventura, che si creasse l'atmosfera giusta per “accompagnare” lo spettatore.

 

Come bilanci la tua cultura “orientale" con la tua vita “occidentale”?

A ben guardare ogni giorno l'uomo occidentale e quello orientale affrontano le stesse problematiche, gli stessi interrogativi filosofici, cambia solo la prospettiva da cui si osserva il mondo. Personalmente sono convinto che i due mondi a livello di idee siano connessi sottilmente, e che in questo preciso momento storico questa connessione si esprima sopratutto da un punto di vista scientifico. Grazie alla fisica quantistica l'esplorazione spirituale come anche le definizioni di inconscio e realtà si avvicinano nelle due culture.

 

Cosa ti ha lasciato l'aver conosciuto il Dalai Lama?

Premetto che ho iniziato a praticare il buddismo prima di incontralo, esattamente tra i 20 e i 30 anni. Quando, molto tempo dopo, me lo sono trovato davanti è stato bellissimo, perché si tratta di una persona incredibile e parlare con lui mi ha dato forza. Voglio raggiungere la sua forza e la sua potenza. Ce la farò in una vita o in un miliardo di vite, non importa.

 

Come vedi il futuro?

Di natura sono ottimista. Le cose più belle nella vita accadono quando si pensa positivo, è la nostra vita a dirci in ogni momento quanto siamo interconnessi con il resto del mondo. Le realtà delle nostre vite ci dice che siamo interconnessi. E se interiorizziamo questo concetto credo che potremo guadagnarne tutti e crescere anche come razza. E questo in futuro potrebbe essere la chiave per la sopravvivenza. Dobbiamo aiutarci l'un l'altro, giocare in squadra sperando che il resto del mondo faccia lo stesso. Sento che solo così ci potremo muovere verso la luce.

 

Anche in futuro sarai riconosciuto come l'Edward di “Pretty Woman”?

Probabilmente anche un aborigeno con un osso al naso come piercing mi riconoscerebbe, additandomi come “Quello che ha fatto Pretty Woman con Julia Roberts!”.